Vi sento bastardi! Lo so che mi state guardando. Non a me rivolgete i compassionevoli sguardi. Indietro! Lontani! Non ho bisogno di misero aiuto. Queste gambe mi spingono avanti. La mia forza e il dolore. Ma che ne volete sapere di cosa vuol dire. Come credete che sia stare male in mezzo a una strada. Stracci miseri di carne, sudore e saliva.
Lontani da me! Andate vi ho detto! Non cedo alla vostra pietà. Finché avrò questo cuore. Finché starò retta. Non cedo alle vostre lusinghe.
Io sbando, io tremo, mi piego, io barcollo, ma è sorte che devo accettare. Tu! Lì, a destra! Ti avverto, non ci provare! Ti sbagli a pensarmi qui inerme. Ti aspetto con queste mie forze. La testa non mi abbandona. Ancora riconosco intenzioni.
Bastardi! Non mi ingabbierete, lo giuro su Dio! E va bene, spegnete le luci! Io vi vedo lo stesso. Vi vedo per quello che siete. Ombre nere e maligne abbassate i compassionevoli sguardi. Non ho bisogno di misero aiuto.
venerdì 23 settembre 2005
sabato 27 agosto 2005
Storie d'Ufficio
Agosto. Tempo di mare, vacanze e relax.
Non per me che, per mia scelta è chiaro, lo passo lavorando alacremente.
SilkStocking prende posto alla tastiera. Alla sua destra il collega già si concentra per il tiro. Nella mano rigira nervosamente la pallina autoprodotta. La tensione è palpabile, signore e signori. Il piede saldamente ancorato alla terra del monte di lancio. Ora flette le gambe. Sposta il peso all’indietro. Carica il braccio e… STRIKE!
Il ricevitore gira su se stesso. Scaglia a terra l’improvvisata mazza ed avvia una concitata discussione con l’arbitro. Niente da fare. ELIMINATO.
E in quel preciso istante, dalla porta, entra il Capo del Personale.
Il battitore, in un unico fluido movimento, nasconde in tasca la seconda pallina autoprodotta.
SilkStocking sprofonda al riparo del video e fa concitati segnali al battitore. Un nuovo schema? Un’altra tattica di giuoco? No dannazione, stoppa la musica!
E poi, come ogni vera squadra, sorridono. Uniti anche nelle avversità.
giovedì 25 agosto 2005
Inclino la testa. Note sfuggono dal pianoforte.
“Mi incanti… Quale segreto tra quei tasti?”
“Solo l’anima, amica mia”
giovedì 11 agosto 2005
Esperimento n.3
“Ma tu sai come viviamo qui dentro? Bianco il pavimento, le pareti. Bianco anche il soffitto. Appiccico l’orecchio al muro, per cercare di sentire qualcosa, un suono qualunque. Niente. Hanno eliminato tutti i rumori”. Parla, mezza storta sulla sedia. Addosso il peso di uno sguardo greve. “E le luci, non spengono mai le luci...” Parla, e il torpore si fa strada sottopelle. “Non riesco a dormire”. Sul dorso delle mani. Nella punta delle dita. “Maledetto silenzio”. Prende fiato. Aghi in tutto l’avambraccio. Gli occhi riflettono sgomento. “Manca l’aria…”. Tace.
Il silenzio è la battuta che continua a recitare. Troppo a lungo. Prova a stendere le dita. Bloccate, come artigli. Guarda il pubblico e non vede. Paura è ora l’ombra nella mente. Sale dalle braccia. Accarezza il lungo collo. Sorride. E taglia di netto il respiro.
Dalla quinta esce qualcuno. Perentorie quattro semplici parole “il tempo e’ scaduto”.
Buio.
mercoledì 27 luglio 2005
Un altro raccontino nuovo nuovo
C'e musica in questo pomeriggio d'agosto nella assolata piazza centrale. La band dispensa jazz indolente, sinuoso, che avvolgente si insinua nelle fessure, scorre tra la pavimentazione di pietra ed arriva a riempirmi il bicchiere. Delle poche anime oltre la mia ad assaporare questo confuso cocktail ognuna è un sorriso a seguire la ritmica che si attorciglia su se stessa.
Anch'io sono un sorriso che si allarga sotto un paio di occhiali da sole che celano il mio sguardo mentre si incrocia con quello del sassofono tenore altrettanto celato. Entrambi sappiamo che ci stiamo osservando, nascostamente da lontano, in un gioco divertente e crudele che dura da tanto, troppo tempo. Entrambi sappiamo e rimaniamo ognuno diligentemente al proprio posto fino alla fine, fino a quando anche l'ultima nota, l'ultima goccia di suono finisce di vibrare nell'aria.
E' questo il momento, l'attimo per passare dall'indolenza all'azione. Il sassofono viene riposto delicatamente nella custodia con attenzione infinita, unico vero amore al quale il musicista rimarrà per sempre fedele. Ancora nella retina mi e' rimasto il riflesso lucente dell'ottone mentre, con lento incedere, il sassofonista già si dirige verso di me.
E' un tuffo al cuore e nel tempo che mi riporta a dodici anni fa. Ancora e sempre intatta la stessa sensazione persistente sotto pelle. E' vicino e non intendo ricambiare lo sguardo attraverso lenti scure, questa volta voglio vederlo in tutti i suoi colori e non mi sbaglio. Tra noi poche e futili parole a fronte di grandi silenzi carichi di significato, di comprensione e di ricordi condivisi e spezzati anzitempo.
Esattamente come la mia mente lo ricorda, i suoi occhi azzurri nei miei, la carnagione abbronzata, l'unica persona capace di indossare jeans e camicia a maniche lunghe nel bel mezzo del mese di agosto. Non so cosa pensa mentre mi guarda ma so che il mondo intorno sparisce, sbiadito come un banale acquarello, io e lui uniche forme ancora integre ed intatte, legate dal misterioso filo che ci unisce inspiegabilmente da quando una sera come tante, per la prima volta, il pubblico svanisce e solo il suono tenore del sax attraversa magicamente la sala.
So che ho poco tempo per dirgli parole che non escono dalla mia bocca e per non sentire le sue diventante negli anni ormai trasparenti. Poco tempo per l'impensabile azione di sentire ancora una volta al tatto la sua pelle.
Il campanile rintocca il conto alla rovescia ed infine nel silenzio riprendo il respiro e sorrido dicendogli che e' ora di cena, l'ora di tornare dalla propria moglie.
Ci salutiamo avvicinandoci l'uno all'altra ed ancora il suo profumo persiste nell'aria mentre già si allontana. Lo riconosco, e' ancora, sempre, lo stesso di dodici anni fa.
domenica 24 luglio 2005
Un raccontino
Odore pesante e oleoso che si sente in tutte le stazioni. Accarezza i capelli, si ferma sui vestiti, persistente e invisibile rimane sulla pelle e ci ricopre come fossimo parte integrante della banchina. In mezzo alla moltitudine anche io sto lì, dondolando prima su un piede poi sull’altro in una strana dimensione che non è silenzio ma neppure rumore indistinto. È piuttosto rumore organizzato, sempre uguale ad ogni partenza ed arrivo di un treno, lontano, vicino, voci sovrapposte.
Continuo ad oscillare il mio peso, abbozzo due passi, mi volto ancora a guardare l’orologio sul muro. Poggiato all’enorme pilastro di pietra c'è un ragazzo, che fuma.
“Ritardo: 5’”, sospiro sperando che non si moltiplichi e mi sposto di lato trovandomi a ridosso di una panchina di marmo dall’aria gelida anche nel mese di giugno. Un cane mi guarda, forse abbiamo lo stesso stato d’animo, l’attesa, e di nuovo abbassa il muso sulle zampe anteriori, quasi mi metto a uggiolare al suo posto. Ed invece raddrizzo la schiena, allungando le braccia, illudendomi di poter prendere l’iniziativa e finalmente partire.
“Il treno num.. prov…ente da TO-RI-NO POR-TA SU-SA per MI-LA-NO CEN-TRA-LE è in arr.. al binario tre”. La voce registrata mi coglie all’improvviso dal troppo aspettare ed un neonato comincia a frignare con ovvio tempismo. Non importa, è il nostro treno, ci siamo, e la banchina è davvero colma di gente che si allunga per tutto il marciapiede senza oltrepassare la linea gialla.
Salire è un’impresa, trovare posto poi è quasi impensabile in ogni orario di un qualsiasi giorno lavorativo, ma oggi è sabato. Ci si accalca comunque, ma trovo un cantuccio dove accoccolarmi per i prossimi cinquanta minuti a leggere, a sonnecchiare, ad incontrar qualcuno o a guardare l’impasto di colori che scappano indietro veloci, chissà.
Il treno è partito da appena dieci minuti che un ragazzo seduto poco più in là si alza, si allontana, rallenta, si volta, prosegue, si ferma e torna indietro titubante. Con aria accigliata allunga lo sguardo sul fondo del vagone appoggiandosi ai sedili per controbilanciare l’andatura barcollante del treno su cui stiamo. Ancora qualche passo, mi si affianca, io lo guardo e lui chiede: “Scusa, sai dov’è il bagno?”. Glielo indico e prosegue senza esitazioni.
Dunque, stavo allungando le gambe e decidendo se prendere il libro che ho con me o piuttosto rimanere nel dolce far niente. Forse deciderò di godermi la sospensione di tempo tra l’essere partiti e non ancora arrivati, una sorta di oblio personale e tascabile. Un momento di pausa mentale, che non è riposo ma neanche riflessione. È solo il “niente”, è come il gioco di trattenere il respiro. Mi sento così…
“hola segnorita, que pasa?”. Esplode una bolla.
Lo sguardo accigliato sul fondo del vagone ha lasciato il campo ad un sorriso smagliante. Incrocio due occhi mori come la capigliatura, la carnagione ed il temperamento.
Sorrido divertita e rispondo: “Bene… hai trovato il bagno?”.
“Sì, è bastato chiedere, no?”
Con un nulla ci mettiamo a parlare. Gentilmente chiede se può sedersi di fronte a me. Indovino la sua origine messicana invece che spagnola. Lo trovo frizzante, è aria fresca nell’atmosfera stantia di un treno che viaggia sotto il sole. A lui piacciono i miei occhi e me lo dice, fa un po’ lo svenuto, per scherzo oppure no risulta simpatico. Viene da Città del Messico e me ne racconta. Dice che ha studiato per fare la guerra, lo immagino con una divisa da soldato o chissà, ma eccolo a Milano a cercare, trovare un lavoro.
E parliamo, ridiamo e mi ritrovo in un altro posto, in un'altra vita e vedo le stesse cose in un altro modo.
Il treno viaggia e il nostro tempo è contato: cinquanta minuti. Passiamo Novara, Magenta, arriviamo a Rho. Tra dieci minuti saremo a Milano senza più tempo.
Mi guarda e gli piacciono i miei occhi. Sa ballare la pachanga ed io sono una ballerina di tip tap.
Ma quale piccola magia fa incontrare su un treno due persone così simili e diverse?
Stazione centrale, ventitré binari, una moltitudine di passeggeri.
Scendiamo e ci confondiamo tra la gente, due come tanti, ci fermiamo dove non c'è troppo via vai, mi chiede un numero di telefono che non gli do.
Gli porgo invece la mano, la prende e la bacia e come accade quando già le situazioni sono più che singolari, il destino decide di spingerle all’assurdo. Si avvicina un signore distinto e ci impartisce una sintetica lezione sulle regole del baciamano. Poi se ne va via di fretta, a prendere un treno.
Luìs mi guarda, sorride, chiede se può abbracciarmi: sì, può.
E poi anche lui se ne va.