sabato 27 agosto 2005

Storie d'Ufficio


Agosto. Tempo di mare, vacanze e relax.
Non per me che, per mia scelta è chiaro, lo passo lavorando alacremente.

SilkStocking prende posto alla tastiera. Alla sua destra il collega già si concentra per il tiro. Nella mano rigira nervosamente la pallina autoprodotta. La tensione è palpabile, signore e signori. Il piede saldamente ancorato alla terra del monte di lancio. Ora flette le gambe. Sposta il peso all’indietro. Carica il braccio e… STRIKE!
Il ricevitore gira su se stesso. Scaglia a terra l’improvvisata mazza ed avvia una concitata discussione con l’arbitro. Niente da fare. ELIMINATO.

E in quel preciso istante, dalla porta, entra il Capo del Personale.

Il battitore, in un unico fluido movimento, nasconde in tasca la seconda pallina autoprodotta.
SilkStocking sprofonda al riparo del video e fa concitati segnali al battitore. Un nuovo schema? Un’altra tattica di giuoco? No dannazione, stoppa la musica!

E poi, come ogni vera squadra, sorridono. Uniti anche nelle avversità.

giovedì 25 agosto 2005

Inclino la testa. Note sfuggono dal pianoforte.
“Mi incanti… Quale segreto tra quei tasti?”
“Solo l’anima, amica mia”

martedì 23 agosto 2005

Sto come un giorno senza pioggia e senza vento
di cui potersi lamentare.
Come terra presa a schiaffi
da piedi nudi a intirizzire.

Come una caffettiera stanca,
brontola e vomita il suo scuro tesoro.
Una radio gracchiante notizie uguali dal mondo
mentre indossa un orario spiacente.

Sono una canzone graffiante e graffiata
da ogni scaltra puntina sottile.
Anima fiera
di un tronco curvato.


                              Silk

sabato 13 agosto 2005

Su Buzzati      


Ventinove anni e chilometri d’inchiostro snodati con pazienza dalla carta, sotto l’ombra di buon Jazz.
Pensi quasi di essere al sicuro. Stai al sicuro con un libro tra le mani, in un tempo che è una corsa ad immagini da rabbrividire ed emozioni sempre troppo forti. In un tempo dove ogni senso deve stare allo scoperto. Con un libro tra le mani sei al sicuro.
O così credi. Finchè leggi un racconto di Buzzati.
“Mai letto niente di Buzzati…”, “Leggilo, please. I racconti soprattutto. Ti perdi qualcosa”.
Ed è vero. Perdi qualcosa se lo ignori e se lo leggi ti perdi nelle emozioni che ti dà. E ti perdi nelle disserzioni della critica sulla tecnica narrativa usata dall’autore e ti accigli cercando di capire.
Tutto vero e lo sai bene.
Ma non è solo la tecnica, non è solo la superba conoscenza delle parole, non è solo quel linguaggio semplice e lineare. Quello che ti arriva quando di Buzzati leggi anche un solo unico racconto, non sai bene che cos’è, ma è.
Si fa strada entrando dai tuoi occhi, scarta in basso dribblando il cervello ed arriva sapientemente ai nervi.
E ci rimane.
Continui a leggere e non vorresti, perché sei tutt’altro che al sicuro.
E sei fottuto e innamorato. Di quella roba lì.



giovedì 11 agosto 2005

Esperimento n.3



“Ma tu sai come viviamo qui dentro? Bianco il pavimento, le pareti. Bianco anche il soffitto. Appiccico l’orecchio al muro, per cercare di sentire qualcosa, un suono qualunque. Niente. Hanno eliminato tutti i rumori”. Parla, mezza storta sulla sedia. Addosso il peso di uno sguardo greve. “E le luci, non spengono mai le luci...” Parla, e il torpore si fa strada sottopelle. “Non riesco a dormire”. Sul dorso delle mani. Nella punta delle dita. “Maledetto silenzio”. Prende fiato. Aghi in tutto l’avambraccio. Gli occhi riflettono sgomento. “Manca l’aria…”. Tace.
Il silenzio è la battuta che continua a recitare. Troppo a lungo. Prova a stendere le dita. Bloccate, come artigli. Guarda il pubblico e non vede. Paura è ora l’ombra nella mente. Sale dalle braccia. Accarezza il lungo collo. Sorride. E taglia di netto il respiro.
Dalla quinta esce qualcuno. Perentorie quattro semplici parole
“il tempo e’ scaduto”.
Buio.

sabato 6 agosto 2005

Oggi e’ decisamente una giornata un po’ pessimista, qualunque cosa io scriva il retrogusto che si sente ha una tristezza di fondo… chi legge e’ avvertito!
Bisognerebbe avere piu’ timore a dire a qualcuno che e’ speciale perche’, se lo siamo cosi’ tanto, come mai le persone che tali ci definiscono con un nulla si volatilizzano? Non credo ci sia una svendita di persone “speciali” al supermercato che sia cosi’ facile incontrarne… Forse la verita’ sta nell’idealizzare aspettative troppo alte che con poco vengono deluse e la persona speciale continua da sola come un gambo di sedano!
Piu’ vado avanti e piu’ mi rendo conto invece che l’essere umano in fondo e’ un insieme di difetti, errori, nevrosi e debolezze.
E’ chi accetta in un altro questo strano miscuglio e ha voglia di capire e andare oltre che forse e’ davvero una persona speciale. Ma credetemi, non sono poi cosi’ tante...

A chi mi ha detto piu' di una volta che sono speciale e a chi e' stanco di essere solo, dedico le riflessioni di questo bianco sabato pomeriggio.

mercoledì 27 luglio 2005

Un altro  raccontino nuovo nuovo


C'e musica in questo pomeriggio d'agosto nella assolata piazza centrale. La band dispensa jazz indolente, sinuoso, che avvolgente si insinua nelle fessure, scorre tra la pavimentazione di pietra ed arriva a riempirmi il bicchiere. Delle poche anime oltre la mia ad assaporare questo confuso cocktail ognuna è un sorriso a seguire la ritmica che si attorciglia su se stessa.
Anch'io sono un sorriso che si allarga sotto un paio di occhiali da sole che celano il mio sguardo mentre si incrocia con quello del sassofono tenore altrettanto celato. Entrambi sappiamo che ci stiamo osservando, nascostamente da lontano, in un gioco divertente e crudele che dura da tanto, troppo tempo. Entrambi sappiamo e rimaniamo ognuno diligentemente al proprio posto fino alla fine, fino a quando anche l'ultima nota, l'ultima goccia di suono finisce di vibrare nell'aria.
E' questo il momento, l'attimo per passare dall'indolenza all'azione. Il sassofono viene riposto delicatamente nella custodia con attenzione infinita, unico vero amore al quale il musicista rimarrà per sempre fedele. Ancora nella retina mi e' rimasto il riflesso lucente dell'ottone mentre, con lento incedere, il sassofonista già si dirige verso di me.
E' un tuffo al cuore e nel tempo che mi riporta a dodici anni fa. Ancora e sempre intatta la stessa sensazione persistente sotto pelle. E' vicino e non intendo ricambiare lo sguardo attraverso lenti scure, questa volta voglio vederlo in tutti i suoi colori e non mi sbaglio. Tra noi poche e futili parole a fronte di grandi silenzi carichi di significato, di comprensione e di ricordi condivisi e spezzati anzitempo.
Esattamente come la mia mente lo ricorda, i suoi occhi azzurri nei miei, la carnagione abbronzata, l'unica persona capace di indossare jeans e camicia a maniche lunghe nel bel mezzo del mese di agosto. Non so cosa pensa mentre mi guarda ma so che il mondo intorno sparisce, sbiadito come un banale acquarello, io e lui uniche forme ancora integre ed intatte, legate dal misterioso filo che ci unisce inspiegabilmente da quando una sera come tante, per la prima volta, il pubblico svanisce e solo il suono tenore del sax attraversa magicamente la sala.
So che ho poco tempo per dirgli parole che non escono dalla mia bocca e per non sentire le sue diventante negli anni ormai trasparenti. Poco tempo per l'impensabile azione di sentire ancora una volta al tatto la sua pelle.
Il campanile rintocca il conto alla rovescia ed infine nel silenzio riprendo il respiro e sorrido dicendogli che e' ora di cena, l'ora di tornare dalla propria moglie.
Ci salutiamo avvicinandoci l'uno all'altra ed ancora il suo profumo persiste nell'aria mentre già si allontana. Lo riconosco, e' ancora, sempre, lo stesso di dodici anni fa.